Sono contento di non essere contento, perché, se fossi contento di contentarmi, non sarei contento

Jorio Vivarelli1950

Vivarelli nel suo studio 1972

Per tutto il corso della sua attività artistica, Jorio si è servito di diversi registri espressivi: dalla plastica “classicista” a quella “espressionista” fino all’astrazione “geometrico-dinamica” e a quella “mitico-simbolica”. Le opere di Vivarelli sono una testimonianza poetica della condizione umana e della sua fragilità. Jorio ha infatti interpretato le crisi del proprio tempo rappresentandole nella pietra, nel legno, nella terracotta e nel bronzo. Vita e morte, sconforto e speranza, degenerazione e rigenerazione sono i motivi ricorrenti della sua poetica.

Periodo emozionale

Negli anni del dopoguerra, il giovane Jorio inizia con impegno e dedizione la propria ricerca artistica spaziando tra numerose tecniche e materiali. In questo periodo, infatti, comincia a modellare ritratti in cera, terracotta, pietra, bronzo e opere in ceramica. Già in questa fase l’artista mostra di possedere un bagaglio tecnico ed estetico che lo contraddistingue. Ispirandosi all’opera di Nicola e Giovanni Pisano, di Andrea della Robbia e di Donatello, propone una poetica espressiva dai richiami arcaici e allo stesso tempo moderni. In questa prima serie di ritratti mostra una spiccata capacità di penetrazione psicologica e resa dei tratti distintivi dei soggetti rappresentati, come si può notare in Gli occhi sono di vetro (1947) e Maschera (1948). 

Dal padre scalpellino Jorio acquisirà anche una elevata capacità tecnica di scolpire la pietra. Dalle pietre raccolte lungo i fiumi dell’Appennino nascono infatti celebri ritratti in pietra, come ad esempio è Etruria (1950), opera scolpita da un grande sasso trovato in un torrente ai piedi del Cimone.

L'infelice, 1948

L’infelice 1948

Maschera 1948

Jorio e il grande sasso da cui scolpirà l’opera Etruria 1950

Cristo 1956 inv. n°121

Crocifisso della Chiesa della Vergine, Pistoia 1956

Crocifisso della Chiesa dell’Autostrada, Campi Bisenzio 1963

I crocifissi e le altre opere di arte sacra

Negli anni del dopoguerra, il giovane Jorio inizia con impegno e dedizione la propria ricerca artistica spaziando tra numerose tecniche e materiali. In questo periodo, infatti, comincia a modellare ritratti in cera, terracotta, pietra, bronzo e opere in ceramica. Già in questa fase l’artista mostra di possedere un bagaglio tecnico ed estetico che lo contraddistingue. Ispirandosi all’opera di Nicola e Giovanni Pisano, di Andrea della Robbia e di Donatello, propone una poetica espressiva dai richiami arcaici e allo stesso tempo moderni. In questa prima serie di ritratti mostra una spiccata capacità di penetrazione psicologica e resa dei tratti distintivi dei soggetti rappresentati, come si può notare in Gli occhi sono di vetro (1947) e Maschera (1948). 

Dal padre scalpellino Jorio acquisirà anche una elevata capacità tecnica di scolpire la pietra. Dalle pietre raccolte lungo i fiumi dell’Appennino nascono infatti celebri ritratti in pietra, come ad esempio è Etruria (1950), opera scolpita da un grande sasso trovato in un torrente ai piedi del Cimone.

Arte Sacra

Le opere pubbliche

La collaborazione di Vivarelli assieme agli architetti, iniziata con Giovanni Michelucci, è proseguita negli anni ‘60 e ‘70 anche con l’architetto americano Oskar Stonorov. Grazie alla collaborazione con Stonorov, Jorio si cimenta in sculture inserite nelle grandi piazze urbane delle città americane. Nascono così le opere Giovani (1966) a Detroit, Ragazze Toscane (1966) a Philadelphia e Le bagnanti a Columbia, Missouri (1967). La sua scultura registra un forte cambiamento: da intima e introspettiva assume la forza di confrontarsi, nei grandi spazi pubblici, con temi di carattere sociale e impegno civile. Vivarelli ha realizzato inoltre l’opera Inno alla vita per il Parco della Pace di Nagasaki in Giappone, che sorge nel luogo esatto dove accadde l’immane tragedia della bomba atomica. Negli anni seguenti Jorio realizzerà anche numerose opere pubbliche in città italiane. Esse esprimono un linguaggio comprensibile a diversi popoli e culture, invitando a riflessioni su temi universali come la bellezza della natura, l’amore materno, la dedizione filiale, il dolore e la morte come sacrificio e riscatto dell’uomo.

Opere pubbliche

Jorio e le Cariatidi  all’ingresso del Family Education Center di Blake Lake 1970

Acrobati, 1970

Inno all’amore, 1973

Periodo manierista

Nel corso degli anni ‘50 e ‘60 Jorio realizza molte sculture in bronzo di piccole e medie dimensioni in cui rappresenta figure femminili danzanti o acrobati. Le opere hanno una particolare dinamicità tanto che, il critico d’arte Carlo Ludovico Ragghianti ne dà un giudizio particolarmente positivo: “Bagnanti, acrobati, figure nello spazio degli anni 1961-’64 (che continueranno negli anni Settanta) sono […] individuazioni plastiche in cui la più accesa momentaneità di movimento, che ha la velocità di un’istantanea, si risolve in una sigla plastico-lineare che continuamente la ripresenta e la inizia. […] Mi persuasi che questa produzione di bronzi e argenti dell’artista rappresentasse, ancor più dei disegni (salvo gli studi di corpo femminili in corso di spostamento), una parte molto significativa della sua attività, rivelatrice della sua fervida germinazione.

È un piccolo popolo di corpi che sono più atti che corpi, in composizione aperti o in gruppi connessi, dove una vibrazione elettrica della mano e una maestria sorprendente del positivo del negativo e delle loro reazioni a catena comporta un contrappunto continuo di pieni e vuoti, di slanci, di allacciamenti, per cui si ha l’impressione di una ginnastica dei motivi e dei ritmi incessante e sempre nuovamente eccitante”.

Intrarealismo

Nel 1966 Vivarelli è uno dei fondatori dell’Intrarealismo, una nuova corrente artistica internazionale, assieme a grandi artisti del suo tempo come Miguel Ángel Asturias, Abel Vallmitjana e il regista cinematografico Federico Fellini. Il Manifesto dell’Intrarealismo annuncia un nuovo modo di vedere e un nuovo modo di esprimere la realtà: «Di fronte al realismo dell’apparenza (naturalismo), di fronte al realismo della luminosità (impressionismo), di fronte al realismo concettuale (cubismo), di fronte al realismo drammatico (espressionismo), di fronte al realismo subconscio e gratuito (surrealismo), di fronte al realismo miserabilista e di breve spazio, con raffinatezze tecniche da laboratorio (informalismo) proclamiamo il realismo che sale dalla realtà interiore, fuso con l’occulta e più profonda realtà esteriore (intrarealismo). Di fronte alla tragedia che non ha nome, […] un richiamo che venga dagli artisti al rispetto dei valori spirituali non può che suonare altamente suggestivo per le sue profonde istanze umanistiche». I dirigenti (1967) e Caino ed Abele (1967) sono esempi di opere di questo periodo, che in conformità al programma intrarealista sono permeate dall’impegno sui temi sociali ed esistenziali, si interrogano su grandi problemi dell’uomo e si propongono di denunciare il male di vivere della società. Anche in questa serie di opere Vivarelli mostra la sua grande abilità tecnica di modellazione e fusione in bronzo “a cera persa”.

Salviamo la vittima 1965, da The Intra Realist in “Art Illustrated pictorial review of international art”, Catalogo della Mostra Intrarealista

Caino e Abele 1967 (particolare)

Ancora una gemma 1973 (particolare)

Gemmazioni

Vivarelli, a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 approda ad una scultura informale e astratta, dove l’artista esprime il suo mondo interiore e le sue visioni attraverso forme primitive ed evocative. «La gemma diventa struttura totale, architettonica e portante della mia sculturaracconta Jorio – dalla gemma può scaturire la foglia, l’albero, l’osso, l’ala di un uccello». Le gemmazioni sono un nutrito gruppo di opere nella produzione di Vivarelli con caratteri molto innovativi per l’epoca. Come scrive il critico Carlo Ragghianti: “Le gemmazioni sono una metamorfosi vegetale della vita che esplode nelle primavere immutabili, sui rami protesi che fuoriescono con fallica potenza rami caricati di succo e ciecamente cercanti un orgasmo con le altre forze vitali veicolati dall’aria nel sole sorgente e meridiano. Ho sentito spesso parlare di aspirazione o di peana sessuale nell’arte del Novecento, tra la psicofisiologia e l’irresponsabilità psicanalitica, tra il surrealismo e le pitture di azione talora dette anche di ejaculazione, ma la loro velleità o la loro pretesa intellettualistica mi hanno depresso, anziché aggredito e impressionato come queste nascenti e prepotenti germinazioni”. (Carlo Ragghianti in Jorio Vivarelli, Pistoia, Etruria, 1991 pag. 6)

Questo periodo si conclude con il celebre Monumento a Matteotti (1974) sul Lungotevere Arnaldo da Brescia di Roma. Il monumento in bronzo è stato eretto nel 50° anniversario della morte del deputato socialista Giacomo Matteotti, che proprio qui, nel 1924, fu rapito da un manipolo di fascisti, caricato a forza su un’auto e poco dopo, all’interno della stessa, assassinato. Il monumento in bronzo alto 16 metri rappresenta la capacità di rinascita dell’umanità anche a seguito di eventi tragici come quello che ha riguardato Matteotti.

L’uomo nuovo

Le pietre dei saggi è un ciclo scultoreo composto da una serie di figure che permettono una lettura sequenziale sul tema dell’Uomo Nuovo. L’insieme delle opere, dalla prima Una Morte per la Vita (1979) per il Parco Pubblico di Fognano, all’ultima, Elisir Rivelazione Cosmica (1982), esprime con chiarezza l’idea di genesi: dal seme germoglia la vita da cui, alimentato da nuovi ideali, può nascere l’Uomo Nuovo. Vivarelli, con questo ciclo ha voluto significare la speranza dell’avvento di una nuova umanità che non permetta più guerre, fame, discriminazione e povertà.

In questi anni raggiunge un’evoluzione delle forme che sono state maturate in via sperimentale nel decennio precedente. Questo percorso innovativo è riconducibile alle opere Nucleo di vita (1987), il grande disco bronzeo di Rovereto, e la fontana Seminazione-germoglio di vita che prospera (Prato, 1985-86), eseguita in plexiglass, acciaio inox e cemento armato. Jorio abbandona il figurativo per passare a forme archetipiche, a simboli e sembianze che rimandano all’incessante metamorfosi della natura. Lo stesso Vivarelli afferma: «Prima la pietra mi suggeriva l’immagine che aveva dentro. Ora il pensiero ha bisogno di nuove forme per alludere a nuova vita».

Athanor 1978

Elisir Rivelazione Cosmica 1982

Bibliografia

Jorio Vivarelli e i grandi scultori del suo tempo, a cura di A. Amendola, L. Caprile, E. Salvi, S. Simoncini. Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 2017.

I Crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci, saggi di A. Paolucci, F.  Gurrieri, V. Ferretti, fotografie di A. Amendola, Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 2017.

Jorio Vivarelli a Firenze. La seduzione della “Maniera” a cura di E. Salvi, Serravalle Pistoiese, Alvivo Edizioni, 2019.

V.Ferretti Jorio Vivarelli scultore. La materia della vita, Verona, Edizioni d’arte Ghelfi, 2007.

Jorio Vivarelli 1933-2003, Edizioni d’arte Ghelfi, Verona, 2003.

C.L. Ragghianti in Jorio Vivarelli, Etruria, Pistoia, 1991. https://biblio.comune.pistoia.it/opac/detail/view/sgp:catalog:456949