Fondazione Jorio Vivarelli
La materia della vita
Monumento a Matteotti

Monumento a Matteotti

lungotevere Arnaldo da Brescia – ROMA

 

 

 


Visualizzazione ingrandita della mappa

Location – vedi con Google Maps

 

 

 

Il Monumento a Matteotti e le antologiche di Pescia e Roma

Il ‘74 rappresenta per Vivarelli l’anno in cui la sua opera complessiva riceve il massimo di notorietà, fino ad allora mai registrata in Italia e all’estero, con a giugno l’inaugurazione del monumento dedicato a Giacomo Matteotti, cui fa seguito la Mostra Antologica che con un allestimento di ben 430 opere da agosto a ottobre si tiene nei Giardini di Valchiusa a Pescia per la XII edizione della Biennale del Fiore. Due eventi che nel ’75 si completeranno con il trasferimento della mostra antologica di Pescia ai Mercati di Traiano Roma.

Nel 50° anniversario della morte di Giacomo Matteotti, il 10 giugno 1974, alla presenza delle massime autorità dello Stato italiano avvenne l’inaugurazione ufficiale del grande monumento dedicato alla memoria del martire socialista. L’alta e splendente stele bronzea di 16 x 4,20 metri — realizzata nella Fonderia Michelucci e poi trasferita a Roma con grandi automezzi scortati dalla polizia stradale — viene elevata a simbolo storico in memoria di chi cadde per mano di un regime oppressivo.

Da un lato l’opera costituì per Vivarelli l’occasione per render testimonianza delle proprie sofferenze di prigionia subite per colpa del regime nazifascista, dall’altro per simboleggiare le speranze accese nel cuore degli italiani con il ritorno del nostro Paese alla democrazia.

E in quel periodo la democrazia sembrava veramente a rischio. Prima il tentato golpe fascista del Principe Valerio Borghese (ex comandante della Decima MAS), poi il rapimento del Giudice Sossi, primo passo delle Brigate Rosse nell’escalation alla lotta armata che culminerà col rapimento di Aldo Moro.

I segni di questa turbolenza politica si manifesteranno anche contro il monumento appena collocato sul quale venne operata da ignoti una deturpazione che all’indomani, tra lo sdegno generale, fu immediatamente cancellata.

Con il monumento posto sul lungotevere Arnaldo da Brescia, proprio nel luogo dove Matteotti fu rapito dai sicari fascisti guidati da Amerigo Dumini che poi lo colpirono a morte, Vivarelli aveva voluto rappresentare il dialettico passaggio dalla morte alla vita. La prima è rappresentata, alla base del monumento, da forme simili a ossa come tibie allungate che alle due estremità terminano con lucide rotule («macerazione fisica in un momento tragico della Storia italiana» secondo la definizione dello stesso Vivarelli); la seconda è raffigurata dal grande calice dal quale spunta il germoglio che, da quel tronco, farà nascere una nuova pianta pronta a svettare alta nel cielo, un messaggio che riproduce artisticamente la frase di Matteotti «voi uccidete me, ma l’idea che è in me non muore». L’opera commissionata dal Partito Socialdemocratico fu prescelta, dal Comitato Nazionale per le onoranze al martire, tra i numerosi e qualificati concorrenti ed inaugurata da Giuseppe Saragat con l’allora capo del governo Mariano Rumor, alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Vivarelli, seduto nel suo soggiorno, ricorda: “La prima settimana i giornali non scrissero nulla del monumento. Io ero seduto proprio su questo divano e aspettavo di leggere qualcosa di positivo o negativo. Se non scrivono nulla vuol dire che ho fatto fiasco, pensavo; se nessuno ne parla passerà inosservato! Invece dopo una settimana si scatenò l’ira di Dio. Censurato! Ci fu una rivoluzione politica. 

Ero stato un incosciente perché, andare a mettere sul lungotevere una scultura di 16 metri come quella di Matteotti in Roma città antica, ci vuol coraggio. 

Quando arrivai sul lungo Tevere per l’installazione, la mattina alle sette con gli autotreni e la polizia armata, gli operai non volevano lavorare, dicevano che negli scavi avevano trovato residuati di guerra. Prima di innalzare la scultura venne costruito un fondamento sull’argine profondo 6 metri e impiantata una armatura in acciaio che arrivava fino a 16 metri. 

L’opera fu posizionata proprio nel luogo dove era stato trovato Giacomo Matteotti morto. 

Il giorno dell’inaugurazione c’era tutto il socialismo internazionale, vennero tutti, gente che veniva persino dall’America e dall’Argentina. 

C’erano più armi che bandiere. Una cosa impressionante. Io sul palco non ci andai: la poltrona restò vuota. Qui ci sta la bomba, va a finire che cercano un bischero e beccano proprio me!”

Nei giorni che seguirono l’inaugurazione se ne parlò in abbondanza sulla stampa quotidiana e periodica. Oltre al coro delle approvazioni si alzò anche una pretestuosa polemica sollevata da Virgilio Guzzi con l’affermazione «… questo monumento è un ideogramma, una metamorfosi dell’immaginazione, insomma un totem eretto laddove sarebbe stato preferibile un ritratto del martire»; e da Antonello Trombadori il quale, dopo aver dichiarato che avrebbe preferito un’opera firmata da Moore, Fazzini o Manzù, giunse a scrivere: «… quando allo scultore fa difetto l’arte e il senso urbanistico si abbonda nella simbologia».

Altra accusa non meno gratuita fu quella del critico d’arte Maurizio Calvesi che parlò di «… enfasi verticalistica e illogicità dell’inserimento nell’area Prati-Flaminio [di un’opera la cui] non-figuratività non può essere un lasciapassare per nessuno».

All’insieme di queste critiche furono in tanti a rispondere. L’Unità sostenne che l’opera era perfettamente intelligibile. «La scultura è una forma che si sviluppa tutta in altezza, avvitandosi nello spazio e cercando la luce quasi fosse un gigantesco fiore. È una forma di stile simbolico-organico che sorge da un groviglio di ossa-rami infranti. Dentro la forma che si avvita nell’aria si alza un’altra forma dritta come il pistillo di un fiore. Stilisticamente questa bi-forma deriva dall’arte organica dello scultore inglese Henry Moore e dal simbolismo storico-umanistico ad essa legato. L’elevazione della scultura nella sua qualità arborea si armonizza con i grandi platani del lungotevere. L’identificazione che lo scultore ha fatto tra la vitalità, la combattività, la continuità del pensiero e dell’azione di Matteotti con questa forma organica che cresce cercando la luce, appare come un simbolo efficace, durevole e ben equilibrato con le forme dello spazio di questa Roma sul lungotevere». Sarà poi Monteverdi a dettare la replica finale alla capziosa critica di Calvesi e Trombadori «… troppo occupati nel giro redditizio di una professione di stretta osservanza mercantile — per conoscere un artista come Vivarelli — che si è fatto le ossa con la grandiosa realizzazione di opere concepite anche come complemento di paesaggi urbani negli Stati Uniti» .

Anche sulla grande stampa periodica il giudizio è nettamente favorevole laddove si legge che «… il Monumento a Matteotti stringe in un solo nodo la necessità di esprimere un urlo dello spirito attraverso la sensibilizzazione della materia e al tempo stesso l’eco di tale urlo è una accorata pacificazione della memoria».

L’eco dell’evento romano naturalmente moltiplica l’attesa della mostra antologica che intanto si sta per allestire in Valdinievole: le opere confluiscono a Pescia da chiese, musei, collezioni private e naturalmente da villa Stonorov. Proprio qui Jorio riceve la visita del poeta e critico d’arte Alfonso Gatto che scriverà l’introduzione al catalogo della grande mostra intitolata Jorio Vivarelli. L’uomo e la sua terra che verrà poi trasferita ai Mercati di Traiano a Roma e da lì, con un ridotto ma significativo numero di opere, nel 1975-76 a Londra, Dusseldorf, Parigi e Tokyo. Molto appropriatamente Mosfero Panteri, sindaco di Pescia, sottolineò la consonanza tra l’evento artistico e Pescia: «Tra quelli che danno prestigio e tradizione di autentica nobiltà […] e una città dove sbocciano i fiori più belli, dove abili mani di maestri cartai creano la carta dalle preziose e inimitabili filigrane e dove si fucina il rame, il ferro, il peltro con il gusto degli antichi.

(da Jorio Vivarelli Scultore – La Materia della Vita, Ed. Ghelfi, Verona)